di Maria Vittoria Soli

Erano quasi finite le vacanze e non vedevo l’ora che il mio nemico numero uno, l’albero di Natale, sparisse. Lo odiavo con tutto il cuore, perché era pieno di bellissimi giochi luccicanti che, appena cercavo di afferrare, cadevano e si rompevano. Che imbroglio. Poi finivo anche in punizione e non potevo avere le mie crocchette preferite. Per fortuna, anche il cane, a volte, rompeva quei cosi che gli umani chiamano «palline di Natale» (se li mangiava) e potevo evitare il solito discorso: «Guarda com’è bravo Fufi…». Stavo ancora cercando di capire cosa fosse il Natale, ma già mi piaceva e infastidiva allo stesso tempo. Al contrario dell’albero, il presepio mi piaceva tantissimo, così pieno di statuette da buttare a terra, cespuglietti di muschio da mangiare e montagne di carta da calpestare. Anche le ghirlande erano validi passatempi, potevo portarmele via con me e nasconderle. Insomma, il Natale era bello, ma non bellissimo. Un giorno stavo facendo un agguato a quel tonto del cane, quando sentii le mie umane che parlavano. Quella più piccola disse: «Mamma, ho avuto un’idea: perché non teniamo addobbato l’albero per tutto l’anno, cambiandolo qua e là solo in base alla festività che sta per arrivare o al mese in cui ci troviamo»? Quella grande rispose: «Ma certo, perché no»? Io ero inorridito dalla prospettiva di avere quell’albero malvagio tra i piedi per tutto l’anno. La cosa non migliorò di certo quando una delle due umane proposte di appendervi in cima dei palloncini per Carnevale. E io che pensavo che mi volessero bene! Ero così concentrato su quella terribile notizia che mi ero completamente dimenticato del cane, che doveva essersi accorto del mio nascondiglio perché si era piazzato davanti alla fessura, sotto il divano. Egli non poteva entrare: era troppo grosso! Gli miagolai: «Vai via, non voglio che tu te ne stia qui». Ma quello non poteva capirmi e rimase dov’era. Non avevo intenzione di uscire a farmi sbavare dappertutto, quindi decisi di utilizzare la pace e il tempo che avevo a disposizione per pensare a un piano malefico con lo scopo di uccidere l’albero di Natale, prima che fosse troppo tardi. Finalmente mi venne l’idea giusta e decisi di metterla in atto quella notte stessa. Dopo un po’, il cane si spostò dall’uscita del mio nascondiglio perché, giunta la sera, l’umano maschio lo doveva rinchiudere nella sua stanzetta prima di andare a dormire. Avevo bisogno del cane per mettere in atto il mio piano e quindi lo liberai dalla sua stanza appendendomi alla maniglia della porta, dopo aver cosparso l’albero di croccantini. Come avevo previsto, appena sentì l’odore invitante del cibo, il cane corse felice verso l’albero, investendolo come un ciclone impazzito. Il rumore svegliò gli umani e io corsi a nascondermi dietro il divano. Il cane era troppo concentrato a mangiare i croccantini caduti a terra per accorgersi che gli umani stavano scendendo a controllare. Poverino, gli umani s’infuriarono con lui e lo misero in punizione. Dopo un po’, l’umana piccola si accorse della mia assenza e chiese: «Ma dov’è il gatto»? Tutti si guardarono intorno e cominciarono a cercarmi. Non volevo uscire da solo, perché altrimenti avrebbero pensato che io li capivo e ubbidivo a loro, quindi misi fuori la coda dal divano. L’umana grande la vide e si chinò a terra per vedere il mio «tenero musetto impaurito». L’umana piccola disse: «Poverino, si sarà spaventato»! Uscii dal mio rifugio e mi sedetti vicino all’albero, soddisfatto. La mia soddisfazione non durò a lungo perché il giorno dopo gli umani andarono a comprare nuove decorazioni e portarono giù dalla soffitta l’albero di natale di scorta. A quel punto non potevo assassinare un altro albero e quindi presi la matura decisione di provare ad andare d’accordo con lui. Forse.