Riflessioni sulla violenza

di L.C. e M.A.

I nostri figli stanno avendo esperienze piuttosto significative in merito alla violenza, anche in ambiente scolastico. Per molti di loro queste esperienze riguardano anche il resto della loro giornata. Non perché siano appartenenti a “categorie” di persone in particolari condizioni e per questo ritenute più “a rischio” di altre. Fare una distinzione in tal senso non ha alcun significato, ma divide solamente, perché la violenza riguarda ogni essere umano indistintamente, a diversi livelli di coinvolgimento. C’è molta confusione su cosa in effetti sia la violenza e come funzioni. Si tende a dare giudizi in base alle apparenze, si elimina dall’analisi la situazione emotiva delle persone coinvolte, spesso si ignora che la violenza è una dinamica, non un “fulmine a ciel sereno”. Inoltre, molto spesso la dinamica violenta ragiona su paradigmi privi di logica morale, come il seguente: «Il violento esiste, se esiste una vittima. Pertanto, se la vittima non fa la vittima, il violento non farà il violento». La conseguenza di tale ragionamento è la deresponsabilizzazione del violento, fenomeno molto diffuso e ben radicato nella società italiana. Direi che se questo ragionamento è dannoso nella vita degli adulti, a maggior ragione lo sarà se viene utilizzato nell’educazione degli adolescenti. In realtà, la situazione si può affrontare aprendo spazi di comprensione capaci di condurre a una modalità più umana ed efficace di gestione del conflitto.

Per prima cosa, occorre comprendere le emozioni e anche la particolare intensità che assumono nei ragazzi che si avvicinano allo scoppio ormonale dell’adolescenza. D’altronde, sono pochi gli esseri umani adulti ad aver sviluppato un’intelligenza emotiva che li metta nelle condizioni d’interagire con sé e gli altri in rispetto e amore. Ecco allora che, riappropriarsi di una adeguata introspezione per riconoscere le proprie emozioni ed utilizzare un linguaggio congruo per esprimerle con gli altri, è una necessità impellente nella nostra società, ed è anche la chiave per affrontare in modo totalmente diverso e consapevole qualsiasi aspetto della vita: anche il rapporto con i propri figli. Sappiamo quando siamo arrabbiati, tristi, felici, impauriti o bloccati dal senso di colpa? Le emozioni “emergono” – nei ragazzi e negli adulti – ed è bene che ciò avvenga. Il punto è che, quando avviene, è bene sospendere l’azione e rivolgere uno sguardo dentro di noi. Non è per niente facile farlo, intrappolati, come siamo, in una società che ci obbliga ad essere veloci ed efficienti come delle macchinette (e le macchinette non hanno emozioni, si sa!). Invece, quel tempo dobbiamo riprendercelo, è un nostro diritto. Dovremmo vivere fino alla fine dei nostri giorni con le nostre emozioni. Tanto vale investire un po’ del nostro tempo per capirle. Se non capiamo noi stessi e quello che proviamo, non potremmo mai essere davvero liberi di agire in questo mondo. Ai genitori che si sentono scossi emotivamente per quanto accade ai loro figli, e che non sanno riconoscere il loro stato emotivo, mi è accaduto di far loro capire che non c’è niente di male ad essere arrabbiati o tristi; che bisogna darsi il tempo di comprendere quanto sta succedendo, perché la mente può essere molto veloce, ma il cuore ha i suoi tempi e, volenti o nolenti, è il cuore che comanda tutto.

Occorre, poi, chiedersi che cosa sia la violenza, fisica e psicologica. In uno studio di Amnesty International sulla violenza di genere – che ben si adatta alla violenza tout court – essa viene paragonata a un iceberg, composto dalla parte emergente e visibile – minacce, grida, insulti, abuso e stupro, aggressione fisica e assassinio – e da quella invisibile e occulta, molto più imponente. Senza quest’ultima non vi sarebbe la prima, dunque occorre conoscere bene le azioni “invisibili”, perché da tale conoscenza potrebbe letteralmente dipendere la possibilità di salvarci. La violenza si esprime in diverse forme: esplicite e sottili. Le prime sono dirette (anche quando verbali), le seconde sono più difficili a vedersi, soprattutto se non sappiamo riconoscere ed ascoltare le nostre emozioni. Ora, le forme esplicite coincidono con la parte visibile della violenza. Un lato più problematico è quello dato dalle forme esplicite e non visibili, come la svalorizzazione, l’umiliazione, il disprezzo, l’evitamento, la colpevolizzazione e il ricatto emotivo. Ma sicuramente la forma di violenza di più difficile individuazione è quella invisibile e sottile. «Ma dai, stavo scherzando». Quante volte l’avete sentito o l’avete detto? Certi “scherzi” sono di cattivo gusto, si dice e spesso nascondono una violenza. Anche lo “humor sessista” rientra in tale categoria. Qualsiasi “scherzo” che fa leva sull’appartenenza di genere o altre caratteristiche – fisiche, culturali, linguistiche – non solo è offensivo, ma è anche una violenza. Devo ammettere che alcuni “scherzi” o barzellette non mi fanno davvero per niente ridere. Sotto ogni scherzo, si sa, c’è sempre un po’ di verità. La verità è che chi gode a prendere in giro il prossimo per qualsiasi caratteristica particolare che possiede, gli sta facendo del male. Spesso le persone che sono state bersagliate particolarmente da questi “innocui” scherzatori, sono diventate tristi e cattive. E spesso hanno poi fatto male ad altri. Anche qui, certe volte non ci si rende conto di quanto si è fatto male a qualcuno con uno “scherzo”, perché non ci si preoccupa nemmeno minimamente della sua reazione; ecco un’altra azione violenta: quella di annullarlo, renderlo invisibile. Così agiscono i bulli: danneggiano la vittima solo per avere il plauso dei loro seguaci. Ci auguriamo tutti che il violento possa essere riconosciuto da chi dovrebbe stabilire un limite adeguato al suo comportamento. Quanto alla vittima, nonostante il dolore, ha il dovere di affrontare chi l’ha offesa e di riferire, in pieno rispetto, quanto si sia sentita danneggiata. Ha il dovere anche di ascoltarsi, prendersi sulle sue spalle il peso dell’emozione, spesso molto negativa, che il gesto di violenza ha causato, e prendersene cura, senza fare altro. Infatti non ha senso dare importanza a chi ci ha offeso rispondendogli per le rime oppure facendo altro. Un violento non merita che noi sprechiamo importanti energie che ci servono per prenderci cura di noi stessi. Diciamolo: «Mi sento offeso da quanto hai detto». Punto. Fine. Stop. Non voglio entrare nel tuo gioco. Oppure, la vittima può optare per il silenzio: tacere non vuol dire scappare. Spesso non c’è scelta se non quella di andarsene, quando chi ci offende non ha intenzione di cogliere l’opportunità che gli abbiamo dato di scusarsi subito per quanto ha fatto. Diamogli l’opportunità di trovare un silenzio e una presenza, in modo che abbia il tempo di ascoltarsi anche lui. Magari non l’ha mai fatto e sarà una bella esperienza. La solidarietà degli amici delle vittime è importante. Ma non perché si deve creare la fazione di “guerra” contro il “cattivo”. Se facciamo anche noi la “guerra”, siamo proprio come il “cattivo”. È importante perché può aiutare la vittima ad uscire dal gioco del violento. Questo uscire dal gioco molto spesso non si fa con le parole, ma con i fatti. Ma non possiamo tacere se qualcuno offende un nostro amico o amica. Se qualcuno si prende gioco dei suoi sentimenti od emozioni, oppure offende il suo genere, la sua nazione, il colore della sua pelle, etc. Non è necessario ribattere con scherno e sarcasmo, è sufficiente ammettere che la cosa non ci diverte.

Tutte le emozioni sono degne di essere capite. Qui è importante distinguere la rabbia dalla collera. Mentre la rabbia ha una origine usualmente irrazionale, sembra uscire dal nulla, la collera invece sorge sulla scorta di una ingiustizia, subita od osservata. La collera sembra sovrapponibile alla rabbia perché di solito entrambe si manifestano in un tono di voce molto aggressivo. In realtà, alla collera mancano i movimenti convulsi degli arti, e se ci può essere un tremolio della voce, non voleranno sberle o calci. Al contrario, le argomentazioni saranno lucide e chiarissime, e la collera esprimerà un giudizio usualmente molto severo di fronte all’iniquità di cui si è fatta esperienza. Non va repressa nemmeno questa, anche se il controllo è da ritenersi prioritario per non farsi fraintendere. Inoltre, la rabbia colpisce a caso, la collera si dirige usualmente sul soggetto o sui soggetti che hanno agito contro giustizia o moralità. Molto meglio la collera della rabbia, se dosata e comunque utilizzata nel massimo rispetto di noi stessi e del prossimo. Ricordiamoci che i nostri professori non si arrabbiano, ma vanno in collera, se abbiamo fatto qualcosa che mette in pericolo la serenità del percorso di crescita che abbiamo in comune.

In conclusione, quello che abbiamo cercato di suggerire non è di sventagliare ai quattro venti i nostri percorsi emotivi: al contrario, questo percorso deve rimanere individuale ed intimo, condotto con grande amore e curiosità. In fondo, solo noi dobbiamo conoscere noi stessi, e tutto questo serve prima di tutto a noi. Tenere un diario delle emozioni potrebbe essere molto utile ad adulti e ragazzi e potrebbe aiutarci a capire meglio dove si annida la violenza.