Il delitto (im)perfetto

di Emma Adorni

Era il 27 luglio e io, Mr. Larry Pelican, avevo deciso di fare una piccola vacanza insieme al mio caro amico, l’investigatore privato George Blansech. Alcuni miei amici mi avevano parlato bene dell’Italia e, tra tutti i luoghi di questa penisola, mi aveva sempre affascinato Napoli, con le sue coste splendide e i suoi borghi indaffarati. Allora avevo subito prenotato due biglietti per una crociera sulla costa amalfitana. Eravamo partiti quella stessa mattina da Parigi ed eravamo appena arrivati nel porto. La nostra nave da crociera stava per salpare e io mi affrettai a prendere le valigie e salire. George stava ammirando il mare blu con i suoi grandi occhioni grigi da gatto. Dopo aver sistemato tutte le valigie nelle camere, siamo andati nella sala principale per il buffet di benvenuto, perché oramai erano le otto di sera. George mi disse: «Oggi preferirei andare a letto presto. Tu, se vuoi, puoi restare a vedere lo spettacolo nel teatro». Gli risposti: «Va bene, io resto a vedere lo spettacolo». Finita la cena, George si congedò e io andai a teatro. Vicino a me c’era una vecchietta di nome Sandra Robinson. Doveva aver avuto più di ottanta anni, ma era molto gentile e sorridente. Mentre stavo tornando nella mia cabina, vidi una donna bellissima con lunghi capelli biondi e mossi, occhi verdi e penetranti: era impossibile non rimanerne ammaliati. Era in compagnia del marito, Mr. Jones, un ricco uomo d’affari che avevo già incontrato al buffet.

La mattina successiva, George mi svegliò e mi disse: «È morta una donna». Sorpreso, mi vestii velocemente e uscii. Nelle sale c’era molta confusione, gente che correva da tutte le parti. A un certo punto, dall’altoparlante si udì: «Si è verificato un fatto gravissimo, la nave resterà ferma fino alla fine degli accertamenti». George andò immediatamente dal Commissario della Polizia italiana – che era appena arrivato sulla nave per svolgere le indagini del caso – e riuscì a farci entrare nella camera della vittima per esaminare il cadavere. George, dopo un’attenta osservazione del cadavere, mi disse: «Non è morta, è stata assassinata». Guardando meglio il corpo, capii che la vittima era la donna bellissima che avevo visto la sera prima. Il corpo giaceva disteso sul balconcino privato della cabina e riportava un taglio molto accentuato sul petto. George notò che insieme alla pozza di sangue a terra, vi erano anche tracce d’acqua. Il mistero s’infittiva sempre più, perché era impossibile che l’acqua fosse piovana (non aveva piovuto) e nemmeno poteva essere stata provocata da schizzi del mare, perché non risultava salata. La camera della donna, che si chiamava Miss Scarlet, era comunicante con la stanza di Madame Louì, la sua serva tedesca. Dopo aver perquisito la camera, la polizia interrogò tutti i passeggeri della crociera; io e George rimanemmo ad ascoltare gli interrogatori, da cui non emerse nulla di particolare, tranne l’osservazione di Madame Louì, che riferì di aver sentito i due coniugi litigare aspramente quella notte. Quindi il sospettato principale era Mr. Jones, che però continuava a dichiararsi innocente. George sosteneva che non era Jones l’assassino, mentre io ne ero assolutamente convinto. La polizia era arrivata a un punto morto, perché, oltre a non saper identificare l’assassino, non conosceva nemmeno l’arma del delitto.

Il giorno seguente, George e io, con il consenso della polizia, entrammo nella camera 14, quella di Miss Scarlet, dove notammo che, sopra al balconcino, ve n’era un altro. Allora andammo nella camera di sopra, in cui alloggiava Sandra Robinson. Rovistammo in tutta la stanza e io notai che, dentro l’armadio, vi era una macchina per fare i ghiaccioli. La cosa era strana, perché nel bar della nave potevi avere ghiaccioli a piacere. George controllò nel frigorifero e vide uno stampo di cono appuntito. In quel preciso istante, George capì qualcosa, perché i suoi occhi si misero a luccicare. Poi notai, sotto il cuscino, una ciocca di capelli grigi: era una parrucca! Quella sera ci fu una funzione religiosa in memoria della vittima e le prime parole che il capitano disse furono: «Siamo qui tutti riuniti per celebrare la memoria di Miss Scarlet, famosa attrice che ha partecipato al film di Michael Venturini e a numerosi altri film…».Finita la funzione, George si rinchiuse nella sua cabina, dove rimase per tre ore a riflettere e a fare ricerche. Poi, finalmente, uscì dalla sua stanza, gridando euforico: «Ce l’ho fatta»!

Dieci minuti dopo, tutti i passeggeri erano riuniti nel teatro per ascoltare il racconto di George Blansech: «Signore e signori, l’artefice di questo delitto non è Mr. Jones bensì Sandra Robinson. Lei si è travestita da vecchietta per passare inosservata ma, in realtà, è una donna di mezza età. Sandra è un’attrice che inizialmente aveva ottenuto la parte principale nel film di Venturini, ma poi è arrivata Miss Scarlet che le ha tolto il ruolo. Per questo, lei ha lanciato un cono di ghiaccio dal balconcino per ucciderla. Infatti, in mezzo al sangue della vittima, c’era anche dell’acqua. Tutto è contenuto in questo resoconto per la polizia. Agenti, arrestate Sandra Robinson»! La donna venne portata via in manette mentre urlava: «Mi ha rubato la parte, è una giusta punizione»! Tutti si congratularono con George mentre io rimanevo stupito di come una vacanza tranquilla si fosse potuta trasformare nella scena ideale di un delitto… imperfetto.

Piccolo omicidio tra amici

di Michele Gandini

Erano le sei e quaranta e Sherlock Holmes e il suo fedele amico Watson erano già nel loro studio a parlare dei loro vecchi casi, finché un poliziotto li avvertì di un omicidio avvenuto a City of Fun, un parco di divertimenti molto grande, poco distante da Londra. I due si precipitarono sul posto e cominciarono ad esaminare il corpo, il quale si trovava in una cabina della ruota panoramica. L’omicidio doveva essere avvenuto alle sei e trenta circa, orario in cui, a City of Fun, c’erano solo cinque persone, più il proprietario del parco. Sul luogo del delitto si trovavano la giacca, il cappello e i guanti del sig. Fresur, la vittima. Dentro la giacca, solo pochi spiccioli; ma la cosa che stupì Holmes era che lui e Watson conoscevano perfettamente la vittima. L’uomo in questione aveva ventidue anni e non aveva né famiglia né amici; la sua era una vita solitaria e si lasciava distrarre soltanto dai parchi di divertimento. Inoltre, aveva aiutato Holmes a risolvere alcuni semplici casi, come furti e scippi. Nel parco vi erano cinque persone: Greg Brown, Walter White, Joe Saril, Mel Peterson e il guardiano del parco, di nome Jack Loston. Sherlock cominciò a interrogarli; tutti avevano un alibi di ferro, tranne Joe Saril, che si trovava proprio nella cabina della ruota panoramica, dietro quella del sig. Fresur. Da quanto riferito dalle persone presenti, l’omicidio poteva essere anche avvenuto prima delle sei e trenta. Sherlock intuiva nel sig. Saril un sentimento di compassione verso Fresur. Si avventurò ancora sul luogo del delitto e, poco distante dalla cabina, vicino all’entrata del parco, trovò un bottone che riportava l’iniziale W; quindi, andò dalle persone indiziate il cui nome iniziava per W, ma il loro alibi restava di ferro. Sherlock disse: «Questo è un omicidio che era stato meditato da tempo. Penso che l’omicidio sia avvenuto così: il colpevole deve aver visto arrivare della gente, quindi aver nascosto il corpo nella cabina ma, nella fretta, deve aver perso un bottone. L’omicidio deve essere avvenuto prima dell’apertura del parco; solo in quel momento, infatti, il colpevole deve aver sistemato il corpo». Detto questo, Sherlock si rivolse alle persone presenti, dicendo: «Il colpevole non è nessuno di voi». Sherlock si allontanò con Watson fino al suo studio. Watson mise la sua giacca sull’appendiabiti e Sherlock cominciò a parlare: «Un attacco di gelosia, vero Watson? Qualcuno che non voleva che Fresur mi aiutasse nelle indagini, vero Watson? Sull’appendiabiti c’era la giacca di Watson, ma mancava un bottone…».

Le apparenze ingannano

di Federico Paterlini

Mentre stavo per distendermi davanti alla televisione, squillò il telefono. Era il mio buon amico Antoine, commissario della sezione omicidi di Bordeaux. Si trovava a casa di Charles Lapin. Ma non era suo ospite a cena. Si trovava lì per lavoro. Era stato chiamato dalla moglie di Charles, che, di ritorno a casa, ne aveva trovato il corpo riverso sul pavimento, con un foro nella tempia destra e la pistola ancora fumante nella mano destra. Visto che lo conoscevo, mi chiese se potevo aiutarlo nelle indagini; tenne a precisare che c’erano due o tre cose che non quadravano. Mi comunicò l’indirizzo del luogo e io lo raggiunsi. La cosa che mi colpì subito fu la presenza di molte persone, fra vicini e curiosi, che continuavano a tessere le lodi del defunto, nella speranza di consolare la moglie, che, a prima vista, non sembrava averne bisogno. Mi accorsi di una persona che, sulle prime, mi parve in dissonanza con tutte le altre, esponenti della media borghesia cittadina. Antoine mi strizzò l’occhio e andammo a parlargli. Ma certo, era Philippe, un piccolo criminale.

«Come mai, qui?», mi chiese lui.

«Potrei porre la stessa domanda a te. Comunque, sono qui in via ufficiosa. E tu?», gli chiesi.

Dal suo atteggiamento, sembrava che fosse andato lì per accertarsi della morte di monsieur Lapin.

«Ma tu lo conoscevi?», gli chiesi con interesse.

«Sì, lo conoscevo».

«Sai chi frequentava»?

«No, non precisamente, ma so che s’incontrava spesso con un certo Jacques, il capo della malavita locale».

Andammo, così, a trovarlo. Abitava in una vecchia casa nella periferia di Bordeaux, ai confini della città.

«Qual buon vento, commissario. Stavolta non ho fatto niente, di qualunque cosa si tratti», disse con un tono sicuro ma falso.

«Tranquillo, Jacques, è solo una visita di circostanza. Charles Lapin si è suicidato».

«Charles Lapin? Ah, sì, il Mancino… ma se si tratta di suicidio, a cosa devo l’onore, commissario»?

«Ci sono tante sfumature di suicidio. Non ti pare strano che un mancino si spari con la mano destra»?

«Non si è neanche più liberi di spararsi come si vuole»?

«Senti, Jacques, o collabori o ti arresto per spaccio di droga», disse il commissario, indicando il sacchetto di polvere bianca sul tavolo, che Jacques cercava di nascondere, anche se invano.

«Non c’è da minacciare nessuno, collaboro!», disse con un tono impaurito.

«Eri suo amico, lo conoscevi», affermò, con tono paziente il commissario.

«Non scherziamo, commissario. Anche nel nostro ambiente esiste un codice d’onore, quindi non si può essere amici di uno strozzino!», esclamò, quasi offeso. «Comunque aveva molti nemici: se solo sapeste quante persone ha fatto fallire nell’ultimo mese»!

Prima che varcassimo l’uscita, ci disse: «Ah, sì, dimenticavo. Mi pare che tenesse anche un registro in cui segnava tutti i “clienti”».

Nel frattempo, arrivarono i risultati dell’autopsia. Aveva avuto un attacco cardiaco, ore prima di essere colpito dal proiettile. La domanda era: perché uccidere un morto? Ora ci serviva il registro, per cui andammo a cercarlo. Fu semplice trovarlo: era in una tasca interna del gilet che Charles indossava. Come ogni strozzino, non si fidava di nessun altro oltre sé stesso. Una volta analizzato il registro, convocammo in caserma tutti coloro che non avevano saldato il debito con monsieur Lapin. Piccoli malviventi, pensionati, casalinghe, suore: non avevo mai visto persone così eterogenee fra loro, accomunate solo dal fatto di essere finite nelle mani di quello strozzino. Gli interrogatori ci convinsero della necessità di parlare con la vedova.

Al nostro arrivo, la cosa che mi sorprese fu che, alle domande sulla doppia vita di Charles, la signora Lapin non mostrò alcuna sorpresa, quasi se le aspettasse. Tornati in caserma per analizzare il registro, diedi un’occhiata anche all’esame tossicologico e mi accorsi che era risultata un’ingente quantità di psicofarmaci nel sangue.

«Ma certo», esclamai, «era chiaro»! Quando avevamo ispezionato la casa di Charles, avevo notato che, sul comodino della camera, c’erano alcune confezioni di farmaci. Come potrebbe una persona riuscire a suicidarsi con una così ingente dose di farmaci nel sangue?

Non restava che una cosa da fare: tornare a parlare con la vedova Lapin. Madame Lapin, in verità, ci stava aspettando.

«Mi domandavo quando sareste tornati… sapevo che avreste trovato facilmente la soluzione, ma non importa: non ho nulla di cui pentirmi. Sono pronta a seguirvi».

«Madame Lapin, ci dia almeno alcune spiegazioni… lei sapeva cosa faceva suo marito, giusto»?

La signora Lapin ci guardò e disse: «Avevo scoperto da quasi un anno la seconda vita di mio marito. Uno strozzino che si nascondeva dietro la facciata di brav’uomo, fedele, impegnato in parrocchia e sempre pronto ad aiutare le persone in difficoltà… bell’aiuto! In realtà, lui era solo un mostro senza cuore, che viveva per sé e per rovinare gli altri. Sapete quante brave persone ha rovinato? Charles si meritava la morte. Gli ho messo i farmaci nel vino, non se ne è nemmeno accorto».

«Ma perché gli ha anche sparato?», chiesi.

«Non so chi gli abbia sparato, io sono uscita di casa appena finita la cena e, quando sono tornata, l’ho trovato morto. Non so chi gli abbia sparato».

Io e Antoine capimmo al volo: ma certo, qualcuno aveva deciso di regolare i conti con Charles, lo aveva trovato steso dai farmaci e, pensando dormisse, aveva inscenato il suicidio. Guardammo la signora Lapin e ci scambiammo un’occhiata veloce. Eravamo d’accordo: salutammo la signora e ce ne andammo, per non ritornare mai più.

Quell’uomo meritava la fine che aveva fatto e, in fondo, non era detto che fossero stati i farmaci dati dalla signora Lapin ad averlo ucciso. «E gli esami tossicologici?», insinuai.

Antoine fece una faccia furba e allargò le braccia: «Sai, Frederic, quanti esami vanno persi ogni anno»?

«Ma, alla fine, chi avrà sparato»?

«Ma ci interessa davvero saperlo? Potrebbe essere stato un criminale o una delle tante brave persone che ha rovinato. Per me il caso è chiuso: suicidio», affermò il commissario.

Il giorno dopo fu un giorno come tutti gli altri. È pazzesco come ci si possa abituare all’idea che ciò che è giusto non sempre è veramente giusto. Alla sera, tornai a casa e mi rimisi, sfinito da una dura giornata di lavoro, davanti alla televisione, quando mia moglie sbuffò: «Questa sì che è una notizia».

«Cosa è successo, amore, hanno aperto un nuovo negozio di abbigliamento?», dissi, con un tono vago e sarcastico.

«Hai sempre voglia di scherzare, Frederic! Ti ricordi del tuo grande amico Charles? Beh, se non altro, si è guadagnato la prima pagina: è morto, suicida».

«Giusto una precisazione, tesoro: io e lui non siamo mai stati amici».

«A me è sempre sembrato lo foste».

«Oh, ma le apparenze ingannano, sai»?