La sera del 27 gennaio a Teatro Due è andato in scena lo spettacolo di teatro musicale Ad Auschwitz c’era un’orchestra femminileeseguito dall’Orchestra femminile del mediterraneo ispirato alla storia e agli stati d’animo di due musiciste deportate ad Auschwitz nel 1945: Fania Fenèlon, cantante e pianista francese di origini ebraiche e Alma Rosé, violinista austriaca, nipote di Gustav Mahler, nel campo di concentramento dirigevano l’orchestra femminile voluta dalle SS tedesche. Un sentito ringraziamento al Consiglio provinciale e al Consiglio comunale promotori dell’iniziativa e in particolare al presidente Alessandro Tassi-Carboni per l’attenzione, la premura, e la sensibilità mostrata nell’accogliere la nostra proposta di portare a teatro uno scorcio semplice ma al contempo significativo di un momento storico che non va dimenticato. C’è di che essere orgogliosi per l’evento che la nostra scuola, in occasione della Giornata della memoria, ha organizzato nella serata del 27 gennaio scorso. Non tanto per il grande successo dell’iniziativa – gli studenti delle scuole di Parma hanno occupato per intero i 500 posti messi a disposizione dal Teatro Due di Parma – quanto per la qualità della loro partecipazione, per il contributo emotivo, autentico e sincero, che hanno offerto alla struggente interpretazione proposta dalle artiste (musiciste e attrici) dell’Orchestra femminile del Mediterraneo. Del resto, anche per la componente adulta del pubblico, si è trattato di un’esperienza che ha lasciato un segno profondo. La vicenda delle povere vittime, costrette a suonare pezzi di musica classica all’interno del campo di Auschwitz, è stata straordinariamente rivisitata da un armonioso e doloroso contrappunto di brani musicali, parole e interpretazioni di grande valore emotivo e artistico. Con il risultato che tutti noi, al sicuro sulle nostre poltroncine, si siamo sentiti proiettati all’interno del dramma e abbiamo sofferto con quelle donne. E abbiamo capito. Abbiamo capito che la scuola è anche questo: riuscire a essere presente e lasciare un segno anche fuori dal proprio recinto; oltre le classi, le interrogazioni, le lezioni e i voti sul registro. Del resto, il ruolo rivestito da ognuno di noi a scuola è per certi versi analogo alla funzione svolta da un attore: in fondo, insegnare non è altro che essere chiamati a interpretare ruoli che servono ad assumere consapevolezza di sé e del prossimo. La funzione catartica del teatro, nel corso della storia, è sempre stata questa: far rivivere e rielaborare le tragedie più funeste, dolorose e inaccettabili della vita; renderle, in qualche modo, rappresentabili all’animo umano, praticando il rovesciamento necessario all’identificazione: rendere più vero il reale attraverso la finzione, la rappresentazione, la messa in scena. Allo stesso tempo, educare è essenzialmente introdurre alla realtà: è la realtà la mèta dell’educazione. Altrimenti, che altro senso avrebbe la scuola? Dovrebbe limitarsi a insegnare solo come diventare bravi ingegneri, architetti, ragionieri? Il suo compito non è forse anche quello di introdurre gli studenti alla piena conoscenza della realtà? Un progetto educativo misura la sua efficacia in relazione a quanto riesce a stimolare curiosità e attenzione rispetto al presente e alle sue articolazioni con il passato. Viviamo in un tempo in cui a prevalere è una sorta di presente assoluto ed eterno, un’età di oblio in cui i giovani si chiedono che senso abbia studiare storia o saper parlare e scrivere correttamente. È la società liquida che cancella le forme, le identità, le tradizioni e ci consegna a un’eterna ripetizione del già detto e del già fatto. Una società che ci rende poco curiosi, poco solleciti a interrogarci sul senso delle cose. Che fine ha fatto il futuro? Ecco, la scuola ha un ruolo fondamentale poiché la sua missione è, in un certo modo, saper andare controcorrente. Ostinatamente ribadire la centralità della memoria e della rielaborazione, soprattutto per eventi che hanno segnato, e profondamente, l’identità occidentale. Non bisogna demonizzare il Novecento, secolo delle guerre e delle ideologie. La scuola deve al contrario sottolinearne la complessità, i richiami con il presente, il suo peso, la sua ricchezza, anche quando è dolorosa e tragica. Il ricordo di Auschwitz ci deve spingere a non perdere mai di vista che la scuola può, anzi deve, rivestire un ruolo da protagonista nel cammino di costruzione del cittadino e della cittadina del futuro. Più la scuola si aprirà al territorio e al sociale, più assolverà a tale funzione. Che la “musica” della fratellanza e della solidarietà ci guidi e ci sostenga nel cammino. Finché c’è musica, c’è speranza.